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29 maggio dell’anno del Signore 397. Di venerdì mattina. Una giornata iniziata col sole e terminata con un furioso temporale. La storia religiosa e civile della Val di Non, e per certi versi di tutta quella regione che noi oggi chiamiamo Trentino Alto Adige (per non dire di tutta la Chiesa di allora, l’oikumene cristiana, ma di ciò vedremo tra un po’), sta per ricevere una svolta fondamentale. Una di quelle accelerate che cambiano radicalmente i termini della questione. Ma bisogna fare prima qualche passo indietro nel tempo…

L’attuale paesino di Sanzeno (il nome è la corruzione di San Sisinio, titolo che la borgata si darà almeno dal VII sec. d.C., a quanto pare scaramanticamente dopo varie tristi vicissitudini tra distruzioni militari e pestilenze), in quei tempi lontani è ancora Metho/Mecla/Mechel. Che non sia stato un anonimo agglomerato qualsiasi di popolazioni primitive, lo dimostra al giorno d’oggi la presenza nei suoi confini addirittura di un museo archeologico, dedicato alla civiltà retica. Nel cui ambito, del resto, tra gli studiosi si parla persino di cultura di Sanzeno-Fritzens (oggetti e reperti archeologici così denominati, alcuni di notevole fattura e valore, provenienti dagli scavi di Sanzeno o da altre località del nord Italia e del sud Tirolo, sono custoditi in vari musei, dal Ferdinandeum di Innsbruk al Castello del Buonconsiglio di Trento). Probabilmente la posizione favorevole del luogo, soleggiato e centrale rispetto a tutta la valle nonché difeso da profondi burroni che lo rendevano quasi un fortilizio naturale, raggiungibile solo dall’antica strada che scendeva da Coredo, quella che attualmente, per capirci, costeggia l’eremo di S. Romedio, o da Romeno (attualmente due ponti di epoca austriaca collegano agevolmente Sanzeno anche a Banco e a Dermulo), ne aveva fatto un centro di primaria importanza per tutto il territorio circostante, anche in epoca romana, di cui pure si sono trovati abbondanti reperti a Sanzeno. A dire il vero, bisogna pur dare un po’ retta agli studiosi, Vigilio parla vagamente di «un abitato che si chiama in termine locale Anagnia» (Crisostomo 95), e il nome e la distanza di «25 stadi dalla città» (ivi; ma è Trento o Cles la “città” in questione? È però vero che il toponimo Mechel è frequente in Valle)[1] non ne fanno certo, almeno da un punto di vista strettamente storiografico, un dato sicuro circa l’identificazione esatta nell’attuale Sanzeno. Ma, forse, la descrizione successiva che ne fa il santo vescovo, «abitato […] chiuso da gole strette, aperto quasi da un solo passaggio […] adagiato su un dolce declivio, circondato tutt’intorno da precipizi […] col suo scenario naturale presenta […] una specie di anfiteatro» (Crisostomo 95), pur nella consapevolezza dei suoi intenti celebrativi (l’immagine dell’anfiteatro potrebbe essere un espediente agiografico per collegare i nostri martiri a quelli delle prime persecuzioni, avvenute appunto, almeno nell’immaginario dei fedeli, tutte nel Colosseo), e la ininterrotta tradizione ab immemorabili che proprio a Sanzeno, e più esattamente dov’è l’attuale Basilica, vuole successi i fatti di cui stiamo andando a raccontare, ci basta per l’oggi ad essere sicuri del luogo[2].

Foto aerea Di ciò che qui accadde nel maggio del 397, abbiamo fortunosamente notevoli riscontri e notizie in due lettere, autentici documenti di prima mano, che l’allora vescovo di Trento, il santo Vigilio, scrisse per accompagnare il dono di reliquie dei tre martiri ad altri due santi vescovi, Simpliciano di Milano e Giovanni Crisostomo[3], nonché altri riferimenti in due discorsi, il 105 e il 106, di S. Massimo di Torino (pronunciati probabilmente attorno al 399), nell’omelia tenuta da S. Gaudenzio di Brescia per la consacrazione della basilica “Concilium Sanctorum”, e nella lettera, n. 139, di S. Agostino d’Ippona a Marcellino[4]. Raramente nella Chiesa dei primi secoli la storia di un martirio, e lo stile evangelizzatore dei primi missionari cristiani, ha avuto una così ricca documentazione, a cui possiamo aggiungere, seppur più tardiva e con elementi fantasiosi, la Passio S. Vigilii[5] del VI sec. Ma avremo modo di incontrare più approfonditamente questi documenti nel prosieguo del racconto.

In un giorno e un anno imprecisato della fine del IV sec. d.C., in queste lande arrivano tre personaggi che sicuramente non erano sfuggiti all’attenzione e alla curiosità degli abitanti di quel villaggio: perché erano stranieri della lontana Cappadocia, regione centrale dell’attuale Turchia, e perciò inequivocabilmente identificabili come tali dai tratti somatici e dal colore della pelle, nonché dalla lingua, greca sicuramente (anche se della Grecia della Koiné), forse anche un po’ latina, ma senz’altro assai diversa dalla parlata di quelle genti anaune. La Cappadocia era, comunque, assieme a tutta l’Asia Minore, una delle regioni di più precoce e intensa cristianizzazione.

A dire il vero gli studiosi qualche ipotesi o dubbio in più l’accampano a questo proposito. Stando, per esempio, alla testimonianza di S. Vigilio, i tre missionari cappadoci operarono in quei luoghi «insieme con lunga comunanza di vita in un periodo tranquillo» (Crisostomo 97), il che, confrontato anche con le notizie biografiche che abbiamo di S. Vigilio, farebbe ipotizzare almeno una decina di anni di presenza missionaria in valle, perciò dal 387 circa. Sull’origine etnica poi dei nostri tre, sempre gli studiosi evidenziano che, stando alle notizie riportate da Vigilio, certo è che furono «tre, stranieri sia per religione che per stirpe» (Crisostomo 97) e che solo di Sisinio si afferma che «fu cappadoce di stirpe, oppure greco» (Crisostomo 107)[6]. Ma noi possiamo ben pensare che altri indizi (i nomi greci, l’amicizia e la comunanza di vita tra i tre, lo stile missionario tipicamente orientale e basiliano nella vita comunitaria e nella testimonianza di fede prima di tutto con la vita), nonché una tradizione unanime e codificata dalla Cronaca di Bartolomeo da Trento (sec. XII), «tres boni viri Sysinius, Martyrius, Alexander, Greci genere, cives Capadoces»[7], li fanno probabilmente tutti e tre oriundi della stessa terra.

Ma chi erano questi tre misteriosi personaggi? E che ci facevano da quelle parti?

È ancora S. Vigilio a fornircene qualche notizia in più che accontenti la nostra voglia di sapere.

Di Sisinio ci racconta, oltre a ciò che già abbiamo citato circa l’origine cappadoce, che era «più anziano degli altri due» (Crisostomo 97), che «a suo tempo, presso di voi (di Giovanni Crisostomo, altro indizio certo delle sue origini – ndr), apparteneva a uno dei primi casati» (Crisostomo 107), ed era perciò facoltoso. Infatti «innalzò a sue spese una chiesa», anche se Vigilio si premura di aggiungere «ricco più di fede che di mezzi, facoltoso nello spirito, povero di averi» (Crisostomo 97). Sicuramente Sisinio fu in qualche modo il “capo” e la guida spirituale del terzetto di missionari: «divenne custode di quell’ovile» (Crisostomo 97), «guida premurosa» (Crisostomo 107), «meritò di essere ministro quasi per diritto e di presiedervi (nella comunità – ndr) come anziano sia per l’età che per il merito» (Simpliciano 81).

Martirio e Alessandro, invece, erano “fratelli di sangue” (cf. Simpliciano 85), il primo proveniente dalla carriera militare, bruscamente interrotta per seguire Cristo (cf. Simpliciano 83) e, almeno nella logica del discorso, visto che viene sempre nominato prima del fratello, più vecchio di lui.

I tre, e anche qui procediamo cautamente per analogia con quanto Vigilio dice del solo Martirio che «iniziò come catecumeno la pratica della vita religiosa» (Simpliciano 83), erano probabilmente ancora catecumeni, quando li troviamo improvvisamente pellegrini a Milano, «provenienti da terre al di là del mare» (Passio Vigilii 53), accolti dal santo vescovo Ambrogio. Anche qui, di nuovo, allargando ai tre ciò che Vigilio dice, questa volta, del solo Alessandro, «fattosi pellegrino per amor di Dio» (Simpliciano 85). Del resto sappiamo bene che nella Chiesa antica il percorso di catecumenato, e cioè di preparazione al sacramento del battesimo, poteva durare anche anni, e non è inverosimile che in esso potesse essere prevista anche una qualche forma di pellegrinaggio, anche da Oriente ad Occidente, in un tempo in cui la Chiesa è ancora una e indivisa. Anzi, fraternamente unita e comunicante, come diremmo noi oggi (non dimentichiamo che in quel periodo, Ambrogio è uno dei vescovi più famosi della cristianità, per i suoi scritti esegetici e poetici e per la lotta agli ariani; e che le reliquie di un suo predecessore, S. Dionigi, morto esule e martire dalle parti della Cappadocia tra il 365 e il 370 proprio a causa degli ariani, erano state restituite da poco alla Chiesa di Milano proprio da S. Basilio e su richiesta di S. Ambrogio).

In realtà non troviamo traccia esplicita nelle lettere di Vigilio di tutto ciò, se non nella conclusione di quella a Simpliciano, dove l’accenno a «ciò che tra di noi era tuo» (Simpliciano 91) giustifica sufficientemente sia il perché di questa donazione di reliquie al vescovo di Milano, sia, soprattutto, il culto che Milano, più di altre città a cui pure alcune reliquie erano state inviate (Brescia, ecc.), da allora fino ad ora tributò a Sisinio, Martirio e Alessandro.

Non sappiamo se i tre stranieri vennero battezzati dallo stesso Ambrogio, cosa che è plausibile e potrebbe proprio esser spiegata dalla frase di cui sopra («ciò che era tuo», cioè della chiesa milanese, essendo lì nati alla fede cristiana), fatto sta che, altrettanto misteriosamente, «dopo un certo periodo» (Passio Vigilii 54) li ritroviamo a Trento.

Che ci fosse relazione tra i due vescovi, lo intuiamo anche da un’altra lettera che Ambrogio[8], in quel momento indiscussa autorità religiosa del nord Italia, scrisse a Vigilio al momento del suo insediamento episcopale sulla cattedra di Trento, in cui gli dava fraternamente dei suggerimenti. Vigilio avrebbe in quest’altra occasione chiesto aiuto ad Ambrogio per avere dei missionari con cui iniziare l’evangelizzazione del territorio al di fuori della città di Trento, e in particolare delle valli e delle campagne, per definizione (pagus = campagna, da cui “pagano”) ancora ignare del Vangelo di Cristo. E Ambrogio gli avrebbe inviato appunto Sisinio, Martirio e Alessandro. I tre sono ora “ministri” a tutti gli effetti, risultando Sisinio «diacono» (Simpliciano 87), Martirio «aggregato fra i lettori» (Simpliciano 83) e Alessandro «ostiario» (Simpliciano 87), e cioè «colui che era solito vegliare alle porte di Cristo» (Crisostomo 103; da ostium = porta, noi oggi lo diremmo più semplicemente “sacrestano”, funzione che per tanto tempo era annoverata tra i cosiddetti “ordini clericali minori”), ordinati tali, secondo una tradizione che va dagli Acta Sanctorum a Bartolomeo da Trento, proprio dal vescovo trentino.

Prova Secondo la Passio Vigilii (n. 56), i tre sarebbero stati per un po’ di tempo coadiutori di Vigilio nel suo ministero, prima di essere infine inviati dallo stesso come missionari nelle terre pagane della Val di Non[9].

Nel territorio di Sanzeno sono state ritrovate parecchie testimonianze archeologiche di culti pagani (persino un’arca dedicata ad Ercole nel cortile di Casa Ss. Martiri ed una a Mitra all’imbocco della gola di S. Romedio), ma la divinità che la faceva da padrone in queste terre era senz’altro Saturno, che non era altro che il simbolo del tempo e dell’eternità. Gli si attribuiva la fecondazione dei semi e perciò la protezione delle messi, la fertilità della terra e di conseguenza la vita stessa dell’uomo. Come dire?, era un dio buono e benefico, per certi versi essenziale per una popolazione fondamentalmente dedita all’agricoltura. A differenza del Saturno romano, infatti, al Saturno anaune erano dedicate sì le feste Saturnalia, celebrate però non in dicembre ma a maggio, il tempo del risveglio della natura. Vigilio ci conferma che sarà proprio significativamente attorno a questa divinità, fisicamente ma probabilmente ancor più simbolicamente, che si consumò la tragedia dei nostri tre martiri, «davanti all’idolo del vecchio Saturno d’epoca remota» (Crisostomo 105).

Ma è proprio sullo stile missionario di Sisinio, Martirio e Alessandro che Vigilio si dilunga maggiormente e dove ci dà le indicazioni più preziose.

Ne risulta che i tre erano asceti, probabilmente monaci, in particolare nella vita e testimonianza comunitaria. Vigilio, che nella loro vita vede riprodotta l’unità della Trinità, li dice «tutti e tre liberi da vincolo coniugale» (Simpliciano 81). E Paolino, segretario di Ambrogio e successivamente suo biografo, chiama i nostri Santi «consortes» e «fratres» di Ambrogio, perché probabilmente monaci nel suo monastero milanese (Vita Ambrosii 12-14)[10].

Lo stile del loro apostolato era davvero singolare e assai attuale: tacere, pregare, operare. Evitando ogni contaminazione con la corrotta popolazione, predicarono «il Dio davvero ignoto» (Crisostomo 97) e portarono «la nuova pace del nome cristiano» (Simpliciano 81), con un’opera di accostamento esercitata per un certo periodo di tempo, lavorando insieme con una lunga comunanza di vita, sopportando tutto, non raccogliendo le provocazioni, tollerando con pazienza i persecutori, frenando il pubblico furore con la propria mansuetudine, vincendo ritirandosi piuttosto che imponendosi, ma intervenendo con prontezza quando il ministero lo richiedeva, fino a pagare di persona.

I nostri tre missionari, in ciò in linea con gli insegnamenti di S. Basilio Magno, grande padre cappadoce (chissà che non sia stato proprio lui ad inviarli all’amico S. Ambrogio…), sembrano d’altro canto davvero tre frati francescani ante litteram, nello stile comunitario della loro testimonianza, una testimonianza eminentemente laicale (colpisce che, non essendo nessuno dei tre sacerdote, in questi circa 10 anni di missione in Anaunia davvero ben poche saranno state le celebrazioni eucaristiche in loco, se non, probabilmente, nell’occasione della Pasqua annuale, quando forse il diacono, Sisinio, si sarà recato ogni volta alla celebrazione solenne in cattedrale a Trento, riportando poi l’eucaristia in valle per distribuirla ai suoi cristiani; del resto è un elemento tipico della Chiesa di quel tempo il ruolo centrale del vescovo), perciò basata fondamentalmente sulla vita quotidiana di ogni giorno, quella testimonianza che sa approfittare di tutto, nella condivisione di gioie e dolori, fatiche e scoperte, ma soprattutto calda e affettuosa vicinanza a tutti, soprattutto ai poveri (Sisinio costruì la prima chiesetta «grazie alla ricchezza della fede proveniente dalla devozione dei poveri»: Simpliciano 85). Fatta sicuramente di accoglienza e solidarietà, visto che Vigilio definisce “ospizio” il loro luogo di vita (cf. Simpliciano 87), e se è vero, come suggeriscono eminenti studiosi, che la frase riferita al lettore Martirio, «verum peregrinus ille nutritor cum dote semper matris sequebatur affectum» (Simpliciano 82), sarebbe da intendersi in senso molto tecnico, stando al linguaggio del tempo, e cioè come un riferimento preciso all’accoglienza e al sostentamento degli orfani o comunque dei bisognosi[11]. Del resto lo stile missionario ispirato alle Regole e alla stessa vita di Basilio Magno comportava la protezione dei miseri (prostasía) e il farsi “uno con loro”.

Colpisce, soprattutto, che la pace sia stata, sempre a detta di Vigilio, il contenuto centrale di questa evangelizzazione oltre che il loro stile (cf. Crisostomo 97). E ciò è davvero, oltre che attualissimo, assai francescano. Basterebbe rileggere sullo sfondo della vicenda dei tre martiri, il capitolo che, nella Regola non bollata, Francesco d’Assisi dedica a coloro che desiderano andare tra gli infedeli: «I frati che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, am siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e le Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani».

E se la prima parte di queste indicazioni, come abbiamo fin qui visto, sono state esattamente eseguite dai tre missionari, arrivò per loro anche il tempo di passare alla seconda parte, a quella cioè della testimonianza esplicita. È quindi arrivato il momento di raccontare del loro martirio.

Conviene dire sin da subito che i nostri tre non furono certo “kamikaze dello spirito” né che fecero di tutto per provocare gli animi o farsi ammazzare (checché ne dirà successivamente S. Massimo di Torino nei suoi discorsi). Non andavano certo in cerca del martirio, se per esso si intende lo spargimento di sangue, ma sicuramente avevano impostata la loro vita e la loro missione sulla “testimonianza” (“martyria” in greco), nella consapevolezza, come dice il vangelo del resto, che a coloro che Gesù manda potrebbe anche capitare venga richiesta la vita fino in fondo. Ciò colpisce nella narrazione degli eventi, tanto che Vigilio, pur non omettendo nulla, si sente però obbligato a scagionare in tutti i modi i tre da una possibile accusa, per certi versi, quasi di pusillanimeria o vigliaccheria, interpretando simbolicamente il loro fuggire e nascondersi («martirio affrontato in modo così banale»: Crisostomo 99). Ma veniamo ai fatti.

Dopo anni che, possiamo ben immaginare, le gelosie e piano piano gli odi andavano covando sotto la cenere (comunque Sisinio, Martirio e Alessandro erano pur sempre stranieri e predicavano un dio straniero, e oltretutto, a quanto pare, stavano aggregando attorno a sé una piccola comunità di convertiti, e cioè di fedeli sottratti ai culti pagani lì vigenti), la situazione precipita repentinamente e violentemente nel giro di poche ore, quando risentimenti per troppo tempo sopiti trovarono la scusa per esplodere. Siamo alla sera del 28 maggio dell’anno 397.

Nel predisporre la tradizionale processione lustrale delle Ambarvalia (molti si ricorderanno le rogazioni che venivano fatte nelle nostre campagne), rito che veniva celebrato nella seconda metà del mese di maggio, ad un certo punto i sacerdoti pagani avrebbero sacrificato un animale, che ogni anno veniva messo a disposizione da una famiglia estratta a sorte. E quell’anno toccò proprio ad una famiglia nel frattempo divenuta cristiana, «un conterraneo convertito di recente» (Crisostomo 97). Questi naturalmente si rifiutò di offrire l’animale per il sacrificio pagano (non si trattava banalmente di privarsi di una bestia, che pure era un bene prezioso, ma di ribadire che solo il sacrificio di Cristo, agnello pasquale, è quello che ci salva: Vigilio lo dice molto bene, quando evidenzia che, in fin dei conti, al di là dell’occasione prossima «Cristo fu la causa idonea del martirio»: Crisostomo 95), dando così adito alla reazione dei pagani. Tra le offese e le mani che cominciavano ad alzarsi, come sempre succede in questi casi, accorsero allora in aiuto di questa famiglia i nostri tre missionari (almeno per loro, l’occasione prossima del martirio fu in un certo senso… la difesa del fratello e l’aiuto alla famiglia).

Sisinio, il più anziano e perciò il più autorevole, si espone in prima persona per cercare di sedare gli animi, ma col risultato di essere colpito con una scure e persino con una tromba. Portato in casa per venire assistito, e forse nella speranza che la notte portasse buon consiglio a tutti e placasse gli odii, nelle prime ore del mattino seguente invece, al sorgere dell’aurora, la turba dei pagani irrompe nella stanza e trafigge Sisinio, uccidendolo definitivamente. I due fratelli furono catturati successivamente, dopo essere stati «sorpresi in chiesa» (Crisostomo 99; la chiesa stessa venne naturalmente saccheggiata e depredata): Martirio nel giardino «adiacente alla chiesa» dove si era rifugiato (Simpliciano 87; cf. Crisostomo 101), dopo essere stato «denunciato da una giovane a cui il giardino apparteneva» (Crisostomo 109); Alessandro nell’ospizio stesso (Simpliciano 87). Il più anziano dei fratelli venne ucciso direttamente con pali acuminati (Crisostomo 103), mentre al più giovane (quello che noi diremmo forse il più inesperto, il sacrestano), toccò la testimonianza più forte: se «l’ordine di successione del martirio rispettò i loro gradi ministeriali», tuttavia la scelta di Dio non tiene conto dei gradi gerarchici» (cf. Crisostomo 105; per la seconda affermazione, in realtà, Vigilio sta pensando a se stesso e al suo desiderio frustrato di martirio).

Lasciato in vita, venne però legato per i piedi assieme ai corpi dei suoi due compagni ad un cavallo (a Sisinio venne anche appeso al collo «uno strumento di bronzo dal lugubre suono, che la gente chiama campanaccio»: Crisostomo 107), e dopo essere stato trascinato per le viuzze del villaggio, condotto davanti alla statua di Saturno che, com’è probabile e così ci indica la tradizione, si trovava dalle parti dell’attuale Basilica, allora come ora fuori dal paese e in prossimità della campagna. Qui i corpi di Sisinio e Martirio vengono gettati direttamente nel fuoco, alimentato con le travi della chiesetta distrutta (cf. Crisostomo 105; Simpliciano 87), mentre Alessandro, ritto, rinnova la testimonianza della sua fede rifiutando il tradimento in cambio della vita, e così ottenendo di essere gettato anche lui, vivo, tra le fiamme.

«Il giorno del martirio dei santi è il 29 maggio, di venerdì, all’alba» (Simpliciano 91), «giorno sempre favorevole ai martiri» (Crisostomo 111). Riferimento cristologico sottolineato anche dal tempo atmosferico e dal cupo temporale che si scatenò immediatamente sopra il luogo del martirio; «si sarebbe detto che il cielo fosse conscio del sangue» (Crisostomo 111).

La chiosa di Vigilio è lapidaria: «nei tre ministri si è compiuto il mistero della Trinità» (Crisostomo 105).

Ma la testimonianza dei tre martiri cappadoci ha in serbo ancora altri capitoli…

S. Vigilio che, lo ricordiamo, è vescovo di Trento, mentre è occupato nella costruzione di una chiesa, viste in visione le anime dei tre martiri portate in cielo dagli angeli, decide immediatamente di recarsi presso il luogo del martirio assieme ad un diacono (cf. Passio S. Vigilii 60-68). Dopo aver «vegliato presso le ceneri dei santi» (Crisostomo 111), ne raccolse i resti «ancora fumanti per il calore» (Crisostomo 93) in candidi lini portandoli a Trento per riporli nella basilica da lui costruita (cf. Passio S. Vigilii 69-71), ma avendo già in animo di costruirne un’altra, spaziosa e solenne, sul luogo stesso del loro martirio (cf. Simpliciano 89).

Il fatto del martirio avvenuto in Anaunia era assolutamente singolare, tant’è che Vigilio arriva a dire che la cosa «rimane unica anche solo per il fatto che sia potuta accadere» (Crisostomo 99), perché avvenuto in tempo di pace, quando nessun editto di persecuzione era in vigore, anzi la Chiesa era favorita ormai dallo Stato (il famoso editto di Milano, promulgato da Costantino, risaliva all’anno 313, mentre del 392 era quello di Teodosio, ancora più esplicitamene a favore del cristianesimo). Per questo, e per i forti legami fraterni che correvano tra le varie Chiese d’Oriente e d’Occidente (ricordiamo che i nostri martiri sono detti, con un termine felice, “della Chiesa indivisa”), Vigilio, dopo aver deposto con onore i loro resti nella basilica da lui fatta edificare (probabilmente quella fuori l’allora Porta Veronese, e cioè l’attuale cattedrale di Trento), decise di inviare in dono, «trasportati in legazione d’amore» (Crisostomo 93), a varie Chiese alcune reliquie dei nostri Martiri, che diventarono così esperienza viva di comunione ecclesiale. E che giustificano la speciale vocazione ecumenica della diocesi Tridentina e della Basilica di Sanzeno in particolare.

Delle “spedizioni” a Milano e Costantinopoli sappiamo, perché ci sono fortunosamente giunte in buona tradizione manoscritta le due lettere che accompagnavano le reliquie, anche se due documenti per certi versi molto diversi tra loro (tra l’altro gli unici due scritti superstiti di S. Vigilio). La prima, una lettera vera e propria, è indirizzata a S. Simpliciano, vescovo di Milano e successore di S. Ambrogio che era morto il 4 aprile 397. La seconda, forse una specie di lettera circolare, suscettibile di essere indirizzata a più destinatari, a S. Giovanni Crisostomo, dal 398 vescovo di Costantinopoli[12]. In entrambi i casi, la motivazione di tale dono era chiara, vista la provenienza cappadoce dei tre missionari e il loro passaggio da Milano, e Vigilio lo afferma chiaramente: «non ho potuto oppormi a che, ciò che tra di noi era tuo» (Simpliciano 91), e «di nuovo venisse saldata col sangue una fratellanza non estranea» (Crisostomo 93).

Dell’arrivo delle reliquie a Milano, e della loro successiva devozione, praticamente giunta fino ai nostri giorni, abbiamo notevoli testimonianze. Nella letteratura: Paolino ne parla nella Vita Ambrosii, in riferimento ad un miracolo occorso ad un cieco dalmata al contatto con il reliquiario; ma ancor più abbondantemente nel culto, a partire dalla basilica di S. Simpliciano che da allora le conserva e dalla pieve di Brivio sull’Adda, dove Simpliciano le accolse al loro arrivo nella diocesi milanese (chiese dedicate a loro, festa liturgica “doppia”, il 29 maggio e il 15 agosto, data della traslazione a Milano, rappresentazione scultorea nel duomo di Milano, ecc.), in particolare in epoca longobarda. La diocesi di Ambrogio ha sempre venerato con culto speciale Sisinio, Martirio e Alessandro, ritenendoli particolari protettori di Milano, soprattutto in seguito alla vittoria della Lega Lombarda contro il Barbarossa (29 maggio 1176), attribuita ad un segno della loro misteriosa presenza: tre colombe che si levarono in volo dal dalla basilica di S. Simpliciano per andare a posarsi sull’antenna del famoso carroccio (oggi lo stemma comunale di Sanzeno rappresenta proprio tre colombe)[13]. Per le note vicende storiche, non sappiamo invece nulla dell’arrivo delle reliquie a Costantinopoli né c’è traccia dei nostri tre martiri nella spiritualità o nell’iconografia orientale, fino a far dubitare a più di uno studioso che esse vi siano effettivamente giunte[14]. Nel 1981, un delegazione trentina guidata dal vescovo mons. Gottardi si è recata dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Demetrios, portando in dono un prezioso cofanetto con alcune reliquie dei tre martiri. Un’altra delegazione, 25 anni dopo, ha a sua volta potuto verificare la devozione che questa Chiesa ha comunque verso i tre martiri, nell’incontro fraterno con il patriarca Bartolomeo.

Oltre che a Milano e a Costantinopoli, Vigilio inviò altre reliquie, probabilmente con una lettera di accompagnamento purtroppo perduta, al vescovo di Brescia, S. Gaudenzio, come apprendiamo da un suo sermone[15]. Anche Ravenna possiede reliquie dei Martiri Anauniensi, nell’altare della chiesa di S. Andrea. Sappiamo questo da tre distici di Venanzio Fortunato (530-609)[16]. E poi S. Giorgio a Verona, S. Martino ai Monti e S. Caterina de’ Funari a Roma, l’abbazia benedettina di Saint-Riquier, in diocesi di Amiens (gliene aveva fatto dono niente di meno che Carlo Magno, assieme a quelle di Vigilio e Simpliciano), ecc[17]. E a Sanzeno, il luogo storico del martirio?

A Sanzeno rimase ben poco! Già sappiamo che S. Vigilio asportò tutte le possibili reliquie trovate tra la cenere ancora fumante del rogo. Alla piccola comunità cristiana del luogo (quanti fedeli saranno stati? Tenuto conto che allora come ora Sanzeno poteva contare sì e no qualche centinaio di anime, e tenuto conto dei dieci anni scarsi di evangelizzazione, saranno ammontati a qualche scarsa decina di cristiani) non rimase che accontentarsi… delle ceneri! Mentre le reliquie dei Martiri viaggiavano in giro per la cristianità, i loro figli spirituali si radunavano e si riconoscevano attorno ad una cassetta contenente la cenere, senz’altro mista a frammenti organici dei tre martiri, che divenne il fulcro della prima comunità cristiana della valle, nonché di ogni chiesa che da allora venne costruita in quel preciso posto. Lo stesso vescovo Hinderbach, che a metà del XV sec. aveva deciso la ristrutturazione della chiesa di Sanzeno, ritrovata miracolosamente questa cassetta sotto il vecchio altare maggiore (25 maggio 1472), fece costruire apposta un’arca di pietra rossa, per conservarvi il prezioso ritrovamento, arca che fa ancora bella mostra di sé in Basilica, nella cappella laterale dei Ss. Martiri.

Solo nel 1927, la Basilica milanese di S. Simpliciano acconsentì a restituire alla Basilica di Sanzeno alcune reliquie dei Martiri, raccolte in un prezioso e antico reliquiario.

Ma a Sanzeno era rimasto ancora qualche “strascico” dei tragici fatti del 29 maggio. E cioè gli assassini dei tre martiri.

Abbiamo già detto che ormai uccidere un cristiano era considerato reato a tutti gli effetti, e perciò l’omicida era non solo arrestabile, ma anche passibile a sua volta di pena di morte. Possiamo perciò immaginare che coloro che avevano infierito su Sisinio, Martirio e Alessandro vennero subito arrestati dalla polizia romana e imprigionati, in attesa di condanna. Ma se ciò lo possiamo solo ipotizzare, sicuri siamo invece su come finì la faccenda: in un modo che dà ulteriore gloria alla vicenda dei nostri Martiri e alla comunità cristiana che dal loro sangue si formò, forse non del tutto ancora preparata ma sicuramente saldamente fondata sui valori essenziali del vangelo. Come quello del perdono…

S. Agostino, infatti, che è in quel momento vescovo di Ippona (Africa del nord!), scrive nel 412 circa una lettera a Marcellino, governatore dell’Africa romana, che si trovava impelagato in un caso simile a quello successo nella lontana Val di Non, e che perciò aveva chiesto consiglio al santo vescovo. Ed è nella risposta di Agostino che noi veniamo incredibilmente a sapere che fine fecero gli assassini dei nostri martiri. Scrive infatti Agostino, dopo aver suggerito al funzionario romano di procedere con clemenza: «so infatti che nel caso dei chierici d’Anaunia, uccisi dai pagani e onorati ora come martiri, l’imperatore (Onorio – ndr) aderì senz’altro alla richiesta che gli uccisori, già tenuti in prigione, non fossero condannati alla stessa pena di morte».

Nell’antica casa canonica, accanto alla Basilica, ora denominata Casa Ss. Martiri, la devozione della gente individua un ambiente (tra l’altro di sicura origine romana, forse proprio le fondamenta della torre dove risiedeva la stessa guarnigione), che chiama proprio “la prigione”. Propaggine sacra e quasi degna conclusione degli eventi che avvennero lì accanto.

Ma resta un’ultima “meravigliosa” appendice da narrare…

Forse non è casuale né dovuto unicamente alla suggestività del luogo che S. Romedio, l’altra grande gloria della nostra Chiesa trentina, abbia fissato il suo eremitaggio nella vicina località che poi prese il suo nome. La vicina memoria dei tre martiri può aver giocato un ruolo non secondario nella scelta dell’eremita tirolese (un altro “straniero” per questa terra dalla vocazione ecumenica!). Sappiamo ormai con certezza che egli non era contemporaneo di S. Vigilio, e perciò neppure dei tre missionari cappadoci, come invece lo vuole la leggenda, ma che è vissuto nell’XI sec. In ogni caso, la fonte narrativa più antica su S. Romedio, l’inciso che Bartolomeo da Trento inserì verso il 1240 nella sua vita di S. Vigilio, mette esplicitamente l’eremita in collegamento con il luogo della passione dei martiri, quando scrive che «aveva servito nella diocesi di S. Vigilio presso il castello di Tavon (tra Sanzeno e Coredo – ndr), vicino al luogo dove subirono la passione i Santi». E a noi piace pensarlo, anch’egli pellegrino come i tre cappadoci[18], come colui che afferrò il testimone dei Martiri e ne proseguì idealmente il cammino, prendendo le mosse dall’esperienza evangelizzatrice e comunitaria, per accentuarne ora la dimensione contemplativa e solitaria.

A lode e gloria di Dio e dei Santi Martiri!

Lettere di San Vigilio:


Bibliografia

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